Colori d’acqua e d’anima di Raimondo Venturiello

Agli acquerelli qui riprodotti manca la suggestione degli spazi espositivi scelti da Stefania Camilleri per le sue Personali a Roma o in altri Paesi dove far giungere il suo messaggio pittorico.

L’arte non chiede mai a nessuno di far nulla, o di pensare nulla, o di essere nulla.

Esiste, come l’albero esiste.

(Ezra Pound)

Peraltro il Catalogo è di per sé non solo un’importante testimonianza (scripta manent) per le opere e per il topos che ospiti l’evento-Mostra, ma anche e soprattutto per l’insieme dei trascendenti topoi dell’anima creativa, comunque immanenti nelle opere.

Di esse cerco di dare conto, evitando tentativi artificiosi (e quindi goffi) di “incorniciatura” critica che presuma come ex ante ciò che solo ex post si può delineare: mi riferisco agli acquerelli di questo Catalogo, visti e considerati unitariamente: non sommatoria occasionale di addendi tematici, ma mosaico che rispecchi la creatività della Pittrice intesa come continua ricerca della tessera giusta al posto giusto.

Il “mosaico” che queste opere di Stefania Camilleri lasciano intravedere nella loro “filigrana” è proprio dell’artista cantato da Dante (Paradiso, XIII, vv. 77-78): … l’artista / ch’a l’abito de l’arte ha man che trema. Sì, tremano la mano, il cuore e la mente di lei, alle prese con magie e sortilegi per diluire in acqua purificatrice le ansie della quotidianità e per esorcizzarne il grigio con i colori della propria anima.

I suoi dipinti sono pietre miliari di un percorso che si dipana dall’interazione incessante tra l’io e l’altro da sé che, a reciproco complemento, aprono varchi di conoscenza e consapevolezza inappagate offrendo ogni volta nuovi stimoli per ulteriori traguardi. Il tragitto si snoda al di là del tempo, dello spazio e delle increspature della quotidianità, con un approccio vicino a quello di Braudel che, scrutando le acque della storia, badava poco ai movimenti di superficie e vi si immergeva a rilevare quelli profondi.

La Pittrice si libra o si tuffa artisticamente in un “cielomare” che è costante nei suoi dipinti: una sorta di presocratico preferenziale mix d’aria e d’acqua, dove ella attinge moventi e momenti di fuoco ispirativo prima di approdare a terra – nell’isola salvifica del suo atelier – e tradurli in colorati messaggi.

Quale tragitto e quali messaggi? L’origine dell’itinerario è puntiforme, è lo start point del tutto: là dove da un non immaginario punto il big bang (o Altro) irradiò la natura inanimata e su un altrettanto non immaginario essere unicellulare si basò la vita. Da ancestrali nuclei unidimensionali, con spazio, tempo e vita ancora non misurabili, al loro decorrere in precari equilibri tra armonie e disarmonie celesti e terrene. Su queste l’occhio attento di Stefania Camilleri si sofferma ad acquisire certezze o dubbi: anch’essi necessari ad una gnosi non autocontemplativa ma protesa a risolverli ed andare oltre.

La Pittrice parte da lontano, da lontanissimo, e degli accennati punti remoti fissa negli acquerelli simboli spiraliformi di vita e di espansione dell’universo, cieli stellati e profondità marine, segni della natura da cui trarre auspici o verso i quali orientare la propria rotta, inizialmente tutta in cielomare aperto.
Poi nei dipinti appaiono segnali che l’odissea volge al termine: è distante la terraferma ma si profilano castelli ormai raggiungibili, tant’è che ella giunge all’isola che non c’è, anzi a quella che forse immaginava non ci fosse.

Ora è lì e vi approda, lasciandosi incantare da fiori e frutti e dai loro aromi e sapori, varcando cancelli e scoprendo tracce di vita: non quella dei frastuoni quotidiani ma assai diversa, immersa com’è in un’atmosfera che, evocando sonorità di violini, invita al raccoglimento ed è fatta di silenzi e di riflessioni.

E da lì il passo è breve verso nuovi approdi dello spirito perché, nell’ultimo tratto dell’itinerario da lei dipinto, Stefania Camilleri s’interroga sull’uomo, sulla sua reale volontà di confermarsi sapiens, di non abbandonarsi a torpori, cercando se stesso e muovendosi mentalmente e sentimentalmente anche lungo frontiere metafisiche cui ha saputo guardare in passato e che sembra aver dimenticato.

Di questi messaggi forti sono intrisi i colori d’acqua della pittrice e che –come volevasi dimostrare– fanno da specchio ai colori della sua anima.

La mano della Pittrice sta alla sua anima come il prisma di cristallo sta alla luce monocromatica, per relativizzare l’assoluto del suo io creativo in ogni componente percepibile da chi fruisce dei suoi acquerelli.

È, sì, vero che ciascuno di essi è frammento di quelle energie dell’io che di volta in volta –depotenziate– si materializzano in disposizioni/combinazioni di colori filtrati dalla sua mano-prisma.

Tuttavia, per frammenti di assoluto che siano, è anche vero che ogni singola opera pittorica ha una sua valenza molecolare, quale corollario all’equazione “mano sta ad anima come prisma sta a luce”: ossia che ogni acquerello è goccia di per sé ed in toto equivalente al mare interiore che la genera.

Raimondo Venturiello (Critico letterario e Poeta)

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