“Sinestesismo: la migrazione della Poesia” di Anna Manna

Potrebbe intitolarsi così il viaggio affascinante che un gruppo di poeti ha iniziato attorno alla pittrice Stefania Camilleri che nel salotto di “G&G” ha richiamato l’attenzione di molti poeti italiani e stranieri.

Il tema che li lega, il motivo che li riunisce è appunto un’ansia di comunione di cuore e di anima. Pittori, scultori, musicisti e poeti insieme per raccontarsi l’emozione, per analizzarla,  restituirla nella sua completezza.

Cos’è il Sinestesismo?

Poeti, ben detto!

Tutti gli artisti che condividono i valori e i principi del Sinestesismo Creativo sono prima di tutto poeti. Che poi usino parole, pennelli, strumenti musicali o scalpelli, questo poco importa. La poesia è il filone conduttore di un’armonica capacità di esprimere l’immagine che emerge dall’inconscio liberata dalle briglie della mente razionale e che si propone in tutta la sua sorprendente naturalezza; sorprendente s’intende anche per gli autori stessi.

Il Sinestesismo è un modo di raccogliersi intorno ad una coincidente spinta emozionale che si è trasformata in tempi e spazi diversi in poesia, in pittura, in scultura o in musica.

Come hanno dimostrato il più recenti studi sulle neuroscienze l’alleanza ed il rafforzamento reciproco dei vari sensi (olfatto, vista, udito, tatto….. ) generano un miglioramento del giudizio di ” valore ” sull’informazione ricevuta dal cervello ed un rilascio maggiore di dopamina ( la sostanza chimica del piacere ).

Immaginiamo per un attimo di potere non solo vedere un piatto contenente un cibo prelibato, ma di poterne percepire l’odore ed assaporare il gusto. Non sarà assolutamente più desiderabile che se lo avessimo semplicemente  osservato?

Al contrario di quello che si pensava nel cervello nulla è immutabile. Strutture e funzioni possono essere cambiate. Si possono espandere e rafforzare  circuiti molto usati e ridurre e indebolire quelli usati poco. Si può cambiare modo di pensare ed usare nuovi circuiti di pensiero.

Nel Sinestesismo il parametro con cui si avverte l’opera d’arte è principalmente l’emozione condivisa.

La musica piace perché eleva i livelli della dopamina nei centri del cervello deputati all’umore e al piacere; il piacere intellettuale derivato dall’ammirazione di un’opera d’arte stimola molte aree cerebrali. La meditazione e la condivisione di emozioni positive producono variazioni  che stabilizzano la felicità.

Il Sinestesismo potrebbe rappresentare a livello collettivo quello che accade in un organismo umano quando i sensi incrementano una felicità derivante  da un’esperienza sensoriale completa,  qualora  da essa ci si lasci assorbire completamente cercando di non pensare ad altro.

Gli artisti, nell’individuazione  delle coincidenti spinte emozionali da cui sono scaturite  le loro opere, ricercano la possibilità di associarle  in modo che coinvolgano modalità sensoriali diverse. Inoltre   tentano  di  superare sia la visione parziale del loro approccio nella rappresentazione di un’emozione, che la sensazione di incompletezza che li accomuna e li spinge a cercare nell’altro un ulteriore  mezzo espressivo che colmi quei  campi percettivi che la loro forma d’arte sembra non soddisfare. Ciò può dipendere dal fatto  che l’io  dell’artista nell’urgenza di trasferire le proprie emozioni (immateriali, aspaziali, atemporali) nella dimensione tangibile  è comunque costretto ad una scelta di mezzi espressivi connaturati alle sue inclinazioni nel  comunicare.

Il viaggio che avete intrapreso porta ad un rafforzamento delle varie arti o potrebbe addirittura comportare la diminuzione dell’importanza dell’una  rispetto all’altra,  evidenziandone la limitatezza e l’incapacità di autonomia? Oppure potrebbero, ad esempio, dei versi accanto ad un dipinto rifulgere di nuova vitalità? Potrebbe dirsi un matrimonio riuscito?

L’importante è definire bene l’indipendenza concettuale delle opere d’arte. Proprio in questo il Sinestesismo Creativo si differenzia dalle innumerevoli contaminazioni che si sono verificate fra le varie espressioni artistiche nel ‘900, ma anche in epoche precedenti. Infatti molte sono state le forme di sudditanza ispirativa: ad esempio una silloge scaturita dall’ammirazione per un capolavoro d’arte figurativa o  viceversa.

Nel Sinestesismo le opere d’arte esistono già. Preesistono quindi,  indipendentemente l’una dall’altra, nella loro completa libertà espressiva. Se gli autori, attraverso uno straordinario emozionante incontro,  riconoscono le loro opere come complementari modalità rappresentative di un identico archetipico principio ispirativo, si manifesta quella che noi amiamo definire  una sinestesia.

Il processo che  porta a questi abbinamenti assomiglia ad una magica alchimia dell’anima che può  manifestarsi nella ricerca di indizi che consentono di entrare dentro l’anima dell’altro per scoprirci una parte di sè. Cerchiamo “sophia” per entrare dentro “psiche” .

Il  processo di riconoscimento dell’altro come elemento in grado di apportare una sorta di completamento  della propria modalità espressiva genera un rafforzamento del messaggio artistico, una gioia altruistica di partecipazione come parte del tutto, quasi un riconoscimento di fratellanza. Quindi non si può parlare di depauperazione né di dipendenza di una forma artistica nei confronti dell’altra.

Questo comunque non deve essere interpretato come una ricerca da parte dei Sinestesisti di una  collocazione identitaria nell’arte  moderna o di  una sorta di clichè di appartenenza.

Nessuno di coloro che aderiscono a questo movimento si è accostato al processo sperimentale di ricerca delle sinestesie con l’intento di considerare le arti  come variabili dipendenti una dall’altra. La gioia dell’individuazione delle sinestesie può assimilarsi a quella che si prova nel trovare un diamante che già esiste e deve solo essere scoperto.

Ne deriva una splendida forma,  definibile per qualche verso simbiotica, che genera opere d’arte fruibili in modalità multisensoriale e che possiede come  valore aggiunto l’emozione provata dagli artisti nel riconoscersi come complementari.

Ritiene che quest’esigenza di mescolanza, di accostamento e completamento nasca da una maturità ormai giunta al culmine da parte delle varie arti o  piuttosto da un impoverimento delle discipline che cercano perciò nuovi stimoli e nuove dinamiche? È l’usura del tempo che genera il Sinestesismo oppure è il Sinestesismo  a generare un nuovo tempo?

Le correnti artistiche individuabili come movimenti, sono connotabili e riconoscibili a prima vista; questo vogliono essere. Le contraddistinguono modalità espressive molto simili. Possiedono canoni entro cui gli artisti riescono a decifrare e a mettere in atto criteri di appartenenza  a cui attenersi o dai quali non di differire  troppo per non perdere la loro identità comune.

Assolutamente originale in tal senso è la posizione ” democratica ” dei Sinestesisti, il cui unico riferimento certo è l’emozione dell’incontro al livello subconscio che si manifesta per vie sotterranee. L’esclusione semmai dalla possibilità di far parte del movimento risiede nel non possedere uno dei tre irrinunciabili requisiti richiesti ai Sinestesisti: creatività, passione e nobiltà del cuore.

Tradotto in altri termini: anche il più grande degli artisti, unanimemente riconosciuto tale, se convinto di bastare a se stesso con la sua arte e consapevole, non di essere nel bel mezzo di un processo, ma di essere giunto ad una sorta di certezza, non può appartenere al Sinestesismo. L’esigenza di confrontarsi, di scoprirsi complementari, la sensazione impalpabile della propria insufficienza nell’arte, la felicità nel ritrovarsi ad esprimere un archetipo in una molteplicità di forme, genera un’amplificazione del messaggio intrinseco ed un maggior appagamento delle proprie tensioni espressive.

Una grande maturità e la consapevolezza dei propri limiti e dei limiti espressivi di ogni forma d’arte presa in modo individuale fa in modo che un processo di ricerca e di sperimentazione generi una situazione in continuo divenire; un’ebollizione, direi spontanea, che da una parte è figlia dell’incessante insoddisfazione della creatività umana e dall’altra è foriera di un’ Era nella quale lo stile e la forma perdono significato rispetto al principio ispirativo comune ed alla emozione condivisa di recuperarlo.

Si parla così di un luogo dove il singolo, mantenendo tutte le sue peculiarità artistiche ed umane, possiede una libertà espressiva non riconosciuta in passato agli appartenenti ai movimenti artistici. Essi potevano riconoscersi nell’esigenza del realismo contrapposto all’astrattismo, della pittura contrassegnata da accenti visionari come la Scuola Romana, dell’abbandono di ogni schema strutturale significante dell’arte informale oppure nell’arte come strumento di polemica sociale e ancora come esaltazione del non-senso e dell’irrazionale nel Surrealismo come reazione al formalismo cubista, ma in tutte queste forme l’individuo per sentirsi parte di un movimento abbandonava la libertà creativa per adeguarsi ad un linguaggio comune.

La condivisione riguardava la forma più che l’emozione.

Nel Sinestesismo il superamento delle avanguardie e dei loro linguaggi si propone sia nelle arti figurative  che nella poesia come paladino dell’assoluta libertà di stile espressivo e riconduce il motivo conduttore alla emozione condivisa di riconoscersi come parte di un tutt’uno.

Colori d’acqua e d’anima di Raimondo Venturiello

Agli acquerelli qui riprodotti manca la suggestione degli spazi espositivi scelti da Stefania Camilleri per le sue Personali a Roma o in altri Paesi dove far giungere il suo messaggio pittorico.

L’arte non chiede mai a nessuno di far nulla, o di pensare nulla, o di essere nulla.

Esiste, come l’albero esiste.

(Ezra Pound)

Peraltro il Catalogo è di per sé non solo un’importante testimonianza (scripta manent) per le opere e per il topos che ospiti l’evento-Mostra, ma anche e soprattutto per l’insieme dei trascendenti topoi dell’anima creativa, comunque immanenti nelle opere.

Di esse cerco di dare conto, evitando tentativi artificiosi (e quindi goffi) di “incorniciatura” critica che presuma come ex ante ciò che solo ex post si può delineare: mi riferisco agli acquerelli di questo Catalogo, visti e considerati unitariamente: non sommatoria occasionale di addendi tematici, ma mosaico che rispecchi la creatività della Pittrice intesa come continua ricerca della tessera giusta al posto giusto.

Il “mosaico” che queste opere di Stefania Camilleri lasciano intravedere nella loro “filigrana” è proprio dell’artista cantato da Dante (Paradiso, XIII, vv. 77-78): … l’artista / ch’a l’abito de l’arte ha man che trema. Sì, tremano la mano, il cuore e la mente di lei, alle prese con magie e sortilegi per diluire in acqua purificatrice le ansie della quotidianità e per esorcizzarne il grigio con i colori della propria anima.

I suoi dipinti sono pietre miliari di un percorso che si dipana dall’interazione incessante tra l’io e l’altro da sé che, a reciproco complemento, aprono varchi di conoscenza e consapevolezza inappagate offrendo ogni volta nuovi stimoli per ulteriori traguardi. Il tragitto si snoda al di là del tempo, dello spazio e delle increspature della quotidianità, con un approccio vicino a quello di Braudel che, scrutando le acque della storia, badava poco ai movimenti di superficie e vi si immergeva a rilevare quelli profondi.

La Pittrice si libra o si tuffa artisticamente in un “cielomare” che è costante nei suoi dipinti: una sorta di presocratico preferenziale mix d’aria e d’acqua, dove ella attinge moventi e momenti di fuoco ispirativo prima di approdare a terra – nell’isola salvifica del suo atelier – e tradurli in colorati messaggi.

Quale tragitto e quali messaggi? L’origine dell’itinerario è puntiforme, è lo start point del tutto: là dove da un non immaginario punto il big bang (o Altro) irradiò la natura inanimata e su un altrettanto non immaginario essere unicellulare si basò la vita. Da ancestrali nuclei unidimensionali, con spazio, tempo e vita ancora non misurabili, al loro decorrere in precari equilibri tra armonie e disarmonie celesti e terrene. Su queste l’occhio attento di Stefania Camilleri si sofferma ad acquisire certezze o dubbi: anch’essi necessari ad una gnosi non autocontemplativa ma protesa a risolverli ed andare oltre.

La Pittrice parte da lontano, da lontanissimo, e degli accennati punti remoti fissa negli acquerelli simboli spiraliformi di vita e di espansione dell’universo, cieli stellati e profondità marine, segni della natura da cui trarre auspici o verso i quali orientare la propria rotta, inizialmente tutta in cielomare aperto.
Poi nei dipinti appaiono segnali che l’odissea volge al termine: è distante la terraferma ma si profilano castelli ormai raggiungibili, tant’è che ella giunge all’isola che non c’è, anzi a quella che forse immaginava non ci fosse.

Ora è lì e vi approda, lasciandosi incantare da fiori e frutti e dai loro aromi e sapori, varcando cancelli e scoprendo tracce di vita: non quella dei frastuoni quotidiani ma assai diversa, immersa com’è in un’atmosfera che, evocando sonorità di violini, invita al raccoglimento ed è fatta di silenzi e di riflessioni.

E da lì il passo è breve verso nuovi approdi dello spirito perché, nell’ultimo tratto dell’itinerario da lei dipinto, Stefania Camilleri s’interroga sull’uomo, sulla sua reale volontà di confermarsi sapiens, di non abbandonarsi a torpori, cercando se stesso e muovendosi mentalmente e sentimentalmente anche lungo frontiere metafisiche cui ha saputo guardare in passato e che sembra aver dimenticato.

Di questi messaggi forti sono intrisi i colori d’acqua della pittrice e che –come volevasi dimostrare– fanno da specchio ai colori della sua anima.

La mano della Pittrice sta alla sua anima come il prisma di cristallo sta alla luce monocromatica, per relativizzare l’assoluto del suo io creativo in ogni componente percepibile da chi fruisce dei suoi acquerelli.

È, sì, vero che ciascuno di essi è frammento di quelle energie dell’io che di volta in volta –depotenziate– si materializzano in disposizioni/combinazioni di colori filtrati dalla sua mano-prisma.

Tuttavia, per frammenti di assoluto che siano, è anche vero che ogni singola opera pittorica ha una sua valenza molecolare, quale corollario all’equazione “mano sta ad anima come prisma sta a luce”: ossia che ogni acquerello è goccia di per sé ed in toto equivalente al mare interiore che la genera.

Raimondo Venturiello (Critico letterario e Poeta)

Poesie e musiche d’acqua di Alberto Averini

l’arte di Camilleri è la sublimazione di un’ intima urgenza di completezza, e la pittrice realizza compiutamente se stessa attraverso i percorsi artistici ed onirico – simbolici che le consentono di esorcizzare una realtà esclusivamente concepita entro gli schemi logici e razionalistici.