In una nota filastrocca degli anni Sessanta del secolo passato, Gianni Rodari ammoniva:

“ha da essere un poeta
sulla Luna ad allunare:
con la testa nella Luna
lui da un pezzo ci sa stare…
A sognar i più bei sogni
è da un pezzo abituato:
sa sperare l’impossibil
anche quando è disperato”
Chi, più o meno in quegli anni esultò all’annuncio del primo sbarco dell’uomo sulla Luna (1969), sperando che finalmente i poeti potessero essere spodestati dai loro selenici domini, era destinato a ricevere amare delusioni. Le sbalorditive avventure scientifiche dei decenni successivi, compiute vuoi nel macro che nel microcosmo, dovevano aprire scenari incredibili, polverizzando il determinismo della scienza classica e infittendo, anziché diradando, le nebbie del mistero. E sempre più si sarebbe evidenziato, nei procedimenti scientifici, l’insostituibile ruolo dell’immaginazione.
Affascinata dai misteri del cosmo, Stefania Camilleri dà vita, in questi suoi nuovi elaborati artistici, a vere e proprie feste cromatiche con zumate brillanti su angoli segreti della vita universale. Un tripudio di luci e colori, di effervescenze materiche dove balenano stelle e galassie, nebulose e pianeti. Una scoperta di tesori nascosti, di frammenti solitari nello spazio, ma non isolati o dispersi, alla deriva, bensì in profonda relazione e inesplicabile osmosi tra di loro. Universo e multiverso, l‘uno nell’altro fusi. Sta qui l’olismo estetico di Stefania Camilleri, il suo amore per la realtà profonda da cui il mondo fenomenico risulta animato, il suo entusiasmo per la Quantistica come scienza dell’Informazione. Qui la sua ammirazione per Margherita Hack, nume tutelare del suo evento artistico, in virtù dei principi etici di fratellanza universale di cui l’autorevole astrofisica era e si dichiarava nutrita.
Indubbiamente, la scienza è scienza e la poesia è poesia. Se tuttavia lo scibile nasce per intero dall’uomo, è impensabile che fra i due campi non esista e non possa esistere un punto di contatto o di unione. Professoressa di matematica, Camilleri è da sempre affascinata dalle scienze, ma ha trovato nel percorso artistico la sua autentica realizzazione. Non è una novità, la storia è piena di illustri esempi di personalità scientifiche che hanno dedicato grandi attenzioni all’arte e alla poesia. E viceversa. Leonardo docet: uomo d’ingegno universale, fu in pari grado scienziato ed artista, matematico e filosofo, inventore e musicista. E che dire di Galileo che, nel Sidereus Nuncius, parla del moto delle stelle con indiscutibile rigore scientifico, ma nondimeno con una profonda ammirazione per la bellezza e l’armonia del cosmo, palesando una visione ed una sensibilità squisitamente poetiche?
A proposito di Galileo, c’è un fatto curioso da registrare. La visione copernicana da lui sostenuta tornava all’eliocentrismo proposto da Aristarco di Samo più di mille anni prima, contraddicendo le tesi tolemaiche sviluppate in età storica e recuperando conoscenze arcaiche, avanzate in ambiti pitagorici (ma in qualche misura anche egizi), in piena età mitico-sapienziale. Non sempre il mito è privo di fondamento, a volte contiene anticipazioni che la scienza successivamente convalida o può convalidare. Stupore ed incanto sono alla base di ogni scoperta ed ogni avveduto ricercatore sa che il mistero è il migliore alleato della conoscenza. Lo sapeva benissimo Galileo, ma nel manifesto del Circolo di Vienna (1929), sgomenti leggiamo: “Precisione e chiarezza vengono perseguite, le oscure lontananze e profondità impenetrabili respinte. Nella scienza non si dà profondità alcuna; ovunque è superficie”.
Vogliamo scherzare? La Quantistica, al contrario, spinge a indagare nell’impalpabile, nell’invisibile, echeggiando ciò che i mistici orientali avevano già intuito quattro/cinquemila anni or sono: l’interdipendenza di tutte le cose, la loro complementarità in un progetto di cooperazione cosmica.
. A dirlo è Vittorio Marchi, insegnante e singolare esploratore di fisica subatomica, che ebbi modo di conoscere molti anni fa nell’abitazione romana di Stefania, tra l’altro nota animatrice di salotti e movimenti culturali. È tesi condivisa in Quantistica, che esiste una sorta di precedente originario dello spaziotempo, e dunque della materia tutta, da cui proviene l’intera realtà universale.
“It from bit” (“la realtà origina dall’informazione”): così il fisico J.A. Wheeler, volendo significare che ogni oggetto del mondo fisico ha una propria sorgente immateriale. La teoria dell’ordine implicito (implicate order) sostenuta da David Bohm, professore di fisica teorica e collaboratore di Einstein, poi ripresa e sviluppata da altri (in particolare da K. Pribram nel campo delle neuroscienze), afferma che la realtà fenomenica, ordine esplicito (esplicate order), non sia altro che il prodotto di una realtà più profonda alla base dell’intera vita universale. E d’altro canto lo stesso Max Planck, fondatore della Quantistica, aveva sostenuto il carattere fondamentale della coscienza, rispetto alla quale la materia non è che un derivato. Anche questa mostra d’arte, nata da una lunga ricerca sull’universo e sulle sue più affascinanti teorie, si muove entro l’orbita di un fascinoso, auspicabile incontro tra Scienza e Coscienza.
Le opere esposte (trentotto in tutto, tra cui sei installazioni), raccontano un viaggio interstellare intuitivamente condotto dall’artista fra pianeti, galassie, meteoriti e teorie cosmiche, utilizzando linguaggi visivi e materici sorprendenti, capaci di scendere nei meandri nascosti della materia per fare artisticamente propria la genuina istanza scientifica dei nostri tempi. Siamo fatti di stelle è il titolo della mostra mutuato da Margherita Hack, atea dichiarata, a indicare che l’uomo d’oggi dovrebbe sentirsi spinto ad innalzare gli occhi al cielo, non certo per evadere dal mondo in senso ascetico, ma per trovare lassù – e trascinare quaggiù – le vere fonti battesimali della vita, le autentiche sorgenti universali dell’esistenza umana. Tra i materiali utilizzati: dibond, legno, resina, fibre ottiche, LED, diorite, polistirolo e terre preziose, con una particolare attenzione alla relazione tra luce e materia.
La storia artistica di Stefania Camilleri è ricca di molteplici esperienze, a partire dai vaporosi acquerelli maturati alla scuola di Vladimir Khasiev, dalle cui atmosfere nordiche, mentali, lei tuttavia si discostava per una mediterranea, sanguigna e sognante vivacità incline al materismo informale. Acquerelli, i suoi, acquatici e celestiali, dove la Natura, senza perdersi come realtà sensibile, veniva colta nel mistero evanescente e cosmico di una luminosa energia. Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti, fino a questa odierna, stupefacente avventura nel cosmo, a questa sorta di neo-cosmogonia alla ricerca delle origini e della formazione dell’universo intero. L’astrattismo materico, che nelle formulazioni di molti insigni esponenti esalta la funzione entropica e disgregatrice del caos, la riduzione della realtà sensibile a polvere e a terriccio informe, subisce qui una significativa virata.
Niente è a senso unico nella vita universale, dove Ordine e Disordine, Cosmos e Caos interagiscono perennemente tra di loro. Eros e Thanatos non in antitesi, ma in equilibrio dinamico, propulsivo. E sta qui una certa tendenza al soft, al morbido, alle visioni fluide, ottimiste ed ovattate, che possono sembrare prive di contrasti forti, ma dove in realtà gli opposti, inevitabili, sono funzionali alla cooperazione e all’abbraccio, a quella concordanza che non può essere altro che armonia di contrari. In queste vivaci sperimentazioni, l’artista può dare l’impressione di affidarsi al caso, ma in realtà lei si lascia dolcemente guidare la mano dalla bellezza e dalla forza misteriosa che s’incarna nel Creato. Si dice che l’arte sia pura sperimentazione e che il risultato di tanto lavoro non sia altro che opera del caso. Non è così, anche se, secondo l’etimo, poesia – da poiein – significa fare, produrre, lavorare.
In realtà, nulla più di questo sperimentare, di questo disfare e rifare, di questo work in progress, di questa continua insoddisfazione. mostra che arte e poesia non sono opera del caso, bensì di un impulso inconsapevole di cui l’autore si fa tramite nell’opera creativa.
Stefania non si contenta di ciò che casualmente le viene offerto dal caso. Cerca la consonanza con ciò che le urge dentro, sconosciuto a priori, ma riconosciuto a posteriori quando infine può giudicare soddisfacente il risultato.
Ispirazione non come alibi per un troppo comodo e passivo trasmettere, registrare, bensì come pungolo al fare. Una macerazione inesausta, un fare costante, incaricato, attraverso l’Inconscio, di decifrare messaggi e notizie dalla Coscienza profonda, universale.
Siamo fatti di stelle significa riconoscersi figli dell’Universo, esseri partecipi delle essenze cosmiche, capaci di viaggiare in sintonia con le leggi naturali e universali.

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Franco Campegiani, (classe 1946) poeta, pensatore, critico letterario e critico d-Arte
Vive a Marino nei Castelli Romani.
Ha pubblicato nelle collane di Mario dell’Arco i testi poetici: “L’ala e la gruccià” (1975) e “Punto e a capo” (1976). Al 1986 risale “Selvaggio pallido” (Carte Segrete, Rossi & Spera), prefato da Vito Riviello con disegni di Umberto Mastroianni, e al 1989 “Cielo amico” (Ibiskos Editrice, in una collana inaugurata da Domenico Rea). Canti tellurici (Sovera Edizioni) è del 2000, con prefazione di Aldo Onorati, e del 2012 è “Ver sacrum” (Tracce Edizioni), prefato da Ninnj Di Stefano Busà.
In campo filosofico, nel 2001 ha pubblicato “La teoria autocentrica” (Armando Editore), con prefazione di Bruno Fabi e nota di Aldo Onorati, mentre al 2017 risale il saggio “Ribaltamenti” (Edizioni David and Matthaus), con prefazione di Nazario Pardini e postfazione di Sandro Angelucci.
Ha promosso iniziative artistiche e letterarie, nonché eventi multimediali e iniziative ecologiche, dando impulso a svariati cenacoli e movimenti culturali.
Critico d’arte, è giurato in alcuni premi letterari e collabora a riviste e a blog letterari.

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